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L’INTENSITA’ DI PINO SPINELLI IN UN’AVVENTURA IRRIPETIBILE
A CURA DI ANDREA DIPRE’ CRITICO D’ARTE (APRILE 2007)
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L’intensità, la spaventosa intensità di Pino Spinelli, è affare “mentale”, come diceva Leonardo da Vinci, non di materia. Nell’opera dell’artista, bisogna buttare un primo sguardo agli ultimi quadri, perché, in quello sguardo, viene assunto, quasi per intero, il senso della Pittura; della pittura moderna.

Luci franchissime e intatte come chiunque può assaporare in un nitido pomeriggio estivo. Ma poi muri di colore; muri ottici di strapotente “quantità” espressiva; un muro unico, alla fine, nel quale l’intensità del visibile è distillata e concentrata come al termine di un diabolico processo di solidificazione. Il filtro, l’alambicco, è appunto la pittura come “cosa mentale”: la speculazione altissima, tenuta al massimo livello di rischio sperimentale e di realizzazione, del pensiero rappresentativo “post-classico”. Il meglio del “classico” traslato in ciò che v’è di imperituro nel Moderno. Un’avventura irripetibile.

Doppiamo infatti senza complessi lo Spinelli romantico e adolescenziale, che pure sa essere attraente, per uno spirito stralunato che lo colloca già fra i rarissimi anomali della contemporaneità, cioè fra coloro dei quali ci si può aspettare di tutto. Ben presto, infatti, l’attimo luminoso di impressionistica memoria appare all’artista lombardo troppo precario, troppo superficiale, troppo legato alle effimere scoperte della “modernità”. Per Pino Spinelli è necessario che la pittura si spinga sempre più avanti, nella ricerca di verità percettive non temporanee ma eterne, pur non dimenticando le risolutive acquisizioni impressioniste.

Sul cammino che porta l’artista oltre l’Impressionismo, un cammino che approda sic et simpliciter alla scoperta di un continente che ospiterà l’intero pensiero rappresentativo del XX secolo, bisogna però procedere senza genericità. Nel corso del tempo, fra continui tormenti e con infinito strazio poetico, Spinelli avanza con l’esattezza di un matematico; un “matematico in figura”. E gli si farebbe grandissimo torto se non si comprendessero la montagne che ha superato; o che ha solo segnalato con geniale esattezza, nel caso (credibile, anzi reale) in cui non sia stato possibile scavalcarle.

Pino Spinelli capisce che il problema della rappresentazione non può essere risolto in termini neoprospettici: perché la prospettiva tradizionale è concepita su una visione statica e monoculare (cioè astratta), mentre l’uomo contemporaneo ha consapevolezza di guardare con due occhi in movimento, e di guardare anche attraverso la conoscenza mentale della realtà. In questa semplice intuizione, che equivale alla scoperta di altre dimensioni oltre alle tre tradizionali, è racchiuso l’immenso sforzo di conoscenza e di poesia operato dall’arte novecentesca attraverso Spinelli. In lui di intelligenza pittorica ce n’è da vendere: arriva in un pianeta splendente e crudele che fa vacillare la mente, che impedisce all’occhio di distinguere il vero dal falso, che spinge il cuore a una tensione esplosiva per troppa consapevolezza e sensualità. Eppure, non è solo la sapienza disegnativa a sedurci nei suoi quadri. È proprio il colore, la tavolozza. Una vibrazione di timbri che possiede la rarità e la selezione mentale della pittura più aristocratica dell’Ottocento.

Andrea Diprè (Aprile 2007)

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