L’intensità,
la spaventosa intensità di Pino Spinelli, è affare
“mentale”, come diceva Leonardo da Vinci, non di materia.
Nell’opera dell’artista, bisogna buttare un primo sguardo
agli ultimi quadri, perché, in quello sguardo, viene assunto,
quasi per intero, il senso della Pittura; della pittura moderna.
Luci franchissime e intatte come chiunque
può assaporare in un nitido pomeriggio estivo. Ma poi muri
di colore; muri ottici di strapotente “quantità”
espressiva; un muro unico, alla fine, nel quale l’intensità
del visibile è distillata e concentrata come al termine di
un diabolico processo di solidificazione. Il filtro, l’alambicco,
è appunto la pittura come “cosa mentale”: la
speculazione altissima, tenuta al massimo livello di rischio sperimentale
e di realizzazione, del pensiero rappresentativo “post-classico”.
Il meglio del “classico” traslato in ciò che
v’è di imperituro nel Moderno. Un’avventura irripetibile.
Doppiamo infatti senza complessi lo Spinelli
romantico e adolescenziale, che pure sa essere attraente, per uno
spirito stralunato che lo colloca già fra i rarissimi anomali
della contemporaneità, cioè fra coloro dei quali ci
si può aspettare di tutto. Ben presto, infatti, l’attimo
luminoso di impressionistica memoria appare all’artista lombardo
troppo precario, troppo superficiale, troppo legato alle effimere
scoperte della “modernità”. Per Pino Spinelli
è necessario che la pittura si spinga sempre più avanti,
nella ricerca di verità percettive non temporanee ma eterne,
pur non dimenticando le risolutive acquisizioni impressioniste.
Sul cammino che porta l’artista oltre
l’Impressionismo, un cammino che approda sic et simpliciter
alla scoperta di un continente che ospiterà l’intero
pensiero rappresentativo del XX secolo, bisogna però procedere
senza genericità. Nel corso del tempo, fra continui tormenti
e con infinito strazio poetico, Spinelli avanza con l’esattezza
di un matematico; un “matematico in figura”. E gli si
farebbe grandissimo torto se non si comprendessero la montagne che
ha superato; o che ha solo segnalato con geniale esattezza, nel
caso (credibile, anzi reale) in cui non sia stato possibile scavalcarle.
Pino Spinelli capisce che il problema della
rappresentazione non può essere risolto in termini neoprospettici:
perché la prospettiva tradizionale è concepita su
una visione statica e monoculare (cioè astratta), mentre
l’uomo contemporaneo ha consapevolezza di guardare con due
occhi in movimento, e di guardare anche attraverso la conoscenza
mentale della realtà. In questa semplice intuizione, che
equivale alla scoperta di altre dimensioni oltre alle tre tradizionali,
è racchiuso l’immenso sforzo di conoscenza e di poesia
operato dall’arte novecentesca attraverso Spinelli. In lui
di intelligenza pittorica ce n’è da vendere: arriva
in un pianeta splendente e crudele che fa vacillare la mente, che
impedisce all’occhio di distinguere il vero dal falso, che
spinge il cuore a una tensione esplosiva per troppa consapevolezza
e sensualità. Eppure, non è solo la sapienza disegnativa
a sedurci nei suoi quadri. È proprio il colore, la tavolozza.
Una vibrazione di timbri che possiede la rarità e la selezione
mentale della pittura più aristocratica dell’Ottocento.
Andrea
Diprè (Aprile 2007)
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